Succede, a volte, di sentirsi un niente.
Un vuoto che non ha nome, una stanchezza che non si spiega.
Un senso di invisibilità che si insinua piano, come la nebbia.
Ci si guarda allo specchio e non si trova qualcosa da dire.
Non si riesce a cominciare, né a finire. Solo a stare lì, immobili.
Eppure, dentro quel silenzio, succede qualcosa.
Dentro quel "niente" si muove tutto.
Le lacrime che non escono.
I pensieri che fanno fatica a ordinarsi.
I ricordi che bussano senza preavviso.
I sogni messi in pausa, ma ancora vivi.
È come una stanza buia che contiene il caos del mondo.
Non si vede, ma c'è.
E il fatto che non si veda non la rende meno vera.
Chi si sente niente, spesso ha portato troppo.
Ha tenuto in piedi gli altri, ha fatto finta di stare bene, ha sorriso anche mentre si spezzava.
E ora è stanco. E sente il vuoto. Ma è pieno.
Pieno di cose non dette. Di ferite curate da solo.
Di tentativi. Di speranze mezze rotte, ma ancora luminose.
Non si è mai davvero "niente".
Si è solo in un momento fragile.
E la fragilità, a volte, è la forma più sincera di pienezza.
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