Ci sono parole che non pronunciamo mai, non perché non le abbiamo bensì le teniamo semplicemente da qualche parte.
In fondo alla gola.
In una chat mai inviata.
In una telefonata rimandata.
In una stanza in cui, quella sera, abbiamo preferito stare zitti.
Alcune parole diventano ricordi prima ancora di essere state dette.
E forse, se esistesse un luogo capace di conservarle, sarebbe il museo più affollato del mondo.
La sala delle parole rimaste dentro
Immagino una grande stanza con pareti altissime, nessun quadro, nessuna statua.
Soltanto piccole targhette. Su uno di quei rettangoli di legno leggiamo:
“Avrei voluto dirti che mi hai fatto male.”
Su un'altra:
“Avevo bisogno di te.”
Più avanti:
“Sono orgogliosa di te.”
E ancora:
“Mi dispiace.”
“Ho paura.”
“Non sto bene.”
“Resta ancora un po'.”
“Ti voglio bene.”
Parole semplicissime.
Eppure alcune persone hanno impiegato anni per riuscire a pronunciare mentre altre non ci sono mai riuscite.
Ci sono silenzi che proteggono
Non tutti i silenzi sono vigliaccheria, a volte tacere è un modo per proteggere qualcuno. Altre volte è un modo per proteggere noi stessi.
Ci sono momenti a cui non sappiamo ancora dare un nome a quello che sentiamo.
E allora diciamo:
“Non importa.”
quando importa moltissimo.
“Sto bene.”
quando non stiamo bene per niente.
“Fai come vuoi.”
quando dentro di noi stiamo urlando:
“Ti prego, scegli anche me.”
Forse non sempre mentiamo.
A volte semplicemente non abbiamo ancora trovato le parole giuste.
La sala delle frasi arrivate troppo tardi
Poi ci sarebbe una stanza ancora più grande. Quella delle frasi arrivate tardi.
Dove ci sono quelle frasi che abbiamo capito soltanto dopo.
Dopo aver perso una persona.
Dopo aver chiuso una relazione.
Dopo aver lasciato un lavoro.
Dopo aver smesso di parlare con qualcuno.
Dopo che una porta si è chiusa.
Perché alcune verità hanno un tempismo terribile.
Arrivano proprio quando non servono più a cambiare ciò che è successo.
Eppure arrivano, rimangono.
“Avrei dovuto ascoltarti.”
“Non era colpa tua.”
“Avrei dovuto esserci.”
“Mi sarebbe piaciuto conoscerti davvero.”
“Non ero arrabbiata con te. Ero arrabbiata con me.”
“Avrei voluto chiederti scusa.”
Parole tardive.
Ma non necessariamente inutili.
Perché a volte pronunciarle, anche quando nessuno può più ascoltarle, serve a mettere finalmente ordine dentro di noi.
Il museo avrebbe anche una stanza vuota
Questa forse sarebbe la stanza più difficile da visitare.
Niente targhette.
Niente registrazioni.
Niente lettere.
Solo una sedia.
Perché sarebbe dedicata a tutte le cose che non abbiamo nemmeno saputo dire a noi stessi.
“Ho bisogno di riposare.”
“Non ce la faccio.”
“Questa cosa mi rende felice.”
“Questa persona mi fa stare male.”
“Non voglio più essere così.”
“Vorrei provare.”
“Ho bisogno di aiuto.”
“Posso desiderare qualcosa anche se gli altri non lo capiscono?”
Sono forse le frasi più importanti.
Perché prima di poterle dire agli altri, dobbiamo riuscire a dirle a noi stessi.
Quante relazioni cambierebbero con una frase?
Forse alcune storie sarebbero andate diversamente se avessimo avuto il coraggio di dire una cosa nel momento giusto.
Una coppia avrebbe potuto parlarsi invece di allontanarsi.
Due amici avrebbero potuto chiarire.
Un figlio avrebbe potuto scoprire che un genitore era fiero di lui.
Un genitore avrebbe potuto capire che il proprio figlio non aveva bisogno di una soluzione, ma soltanto di essere ascoltato.
Qualcuno avrebbe potuto chiedere aiuto prima.
Qualcun altro avrebbe potuto dire:
“Non voglio perderti.”
E forse quella frase avrebbe cambiato tutto.
Ma non possiamo sapere quante storie siano cambiate per una parola non detta.
Possiamo solo immaginarlo.
Ricordiamoci che con i SE e con i MA rischiamo di perderci le cose belle della vita!
Però c'è una cosa che possiamo ancora fare
Possiamo smettere di riempire il nostro museo.
Non dobbiamo necessariamente recuperare ogni parola del passato.
Alcune appartengono a persone che non fanno più parte della nostra vita.
Alcune non avrebbero più senso.
Alcune devono semplicemente rimanere lì.
Ma possiamo scegliere cosa fare delle parole nuove.
Possiamo dire:
“Mi hai ferito.”
prima che il dolore diventi distanza.
Possiamo dire:
“Ho bisogno di te.”
prima di convincerci di non aver bisogno di nessuno.
Possiamo dire:
“Ti voglio bene.”
senza aspettare un'occasione speciale.
Possiamo dire:
“Non sto bene.”
senza vergognarci.
Possiamo dire:
“Grazie.”
anche quando ci sembra una parola troppo piccola.
E possiamo dire:
“Scusa.”
quando lo pensiamo davvero.
La cosa più strana del museo
Forse, alla fine, scopriremo che il museo delle cose non dette non è pieno soltanto di rimpianti bensì ci sono anche parole che hanno avuto bisogno di tempo per maturare.
Parole che non eravamo pronti a pronunciare ieri e che oggi finalmente sappiamo dire.
Ciò significa che non tutto ciò che abbiamo taciuto è necessariamente perduto.
Alcune parole stanno semplicemente aspettando di diventare abbastanza coraggiose.
Prima di andare via
Immagino il visitatore uscire dal museo.
Fuori è sera,si ferma sul marciapiede, prende il telefono e apre una conversazione.
Rimane qualche secondo a guardare lo schermo.
Poi scrive:
“Ti volevo dire una cosa da tanto tempo.”
E per una volta non cancella. Invia. Forse l'altra persona risponderà. Forse no.
Forse quella frase cambierà qualcosa.
Forse non cambierà assolutamente nulla.
Ma almeno, quella parola, non appartiene più al museo.
Appartiene alla vita.
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