Ci hanno insegnato subito a raccontarci attraverso un elenco.
Titolo di studio.
Esperienze lavorative.
Competenze.
Lingue conosciute.
Obiettivi raggiunti.
Una pagina ordinata che dovrebbe spiegare chi siamo. Ma c'è un problema.
La vita non è un curriculum.
E forse alcune delle cose più importanti che abbiamo imparato non riusciremmo nemmeno a inserirle sotto la voce “competenze”.
Non esiste una casella per:
“Ho imparato a ricominciare quando pensavo di non farcela.”
Non c'è uno spazio per:
“So riconoscere quando una persona sta male anche se dice di stare bene.”
Nessuno ci chiede:
“Quante volte hai avuto paura e hai continuato comunque?”
E certamente non troveremo mai scritto:
“Hai imparato qualcosa dopo molti anni, ma hai avuto il coraggio di ammettere di non saperlo prima.”
Eppure sono competenze. Forse tra le più difficili da acquisire. Il curriculum racconta quello che abbiamo fatto professionalmente.
La vita racconta quello che abbiamo attraversato e che ci ha formato ad arrivare fino a qui.
Un curriculum può dire che una persona ha lavorato per cinque anni in un'azienda.
Non può dire quante mattine si sia alzata senza voglia per aver passato notti in bianco per il tuo primo figlio e tu sia andata/o comunque.
Può dire che qualcuno ha frequentato un corso. Non può raccontare quanto sia stato difficile concentrarsi, imparare, sentirsi all'altezza e arrivare alla fine.
Può scrivere che una persona ha cambiato lavoro ma non per quali motivi o ragioni.
Non può spiegare quanta paura ci sia stata dietro quella scelta. La paura di chi ricomincia dopo poco è diversa da una persona che ricomincia a lavorare dopo 5 anni.
Può indicare una pausa lavorativa.
Ma non può raccontare tutto quello che è successo durante quella pausa.
E forse è proprio qui che sbagliamo qualcosa.
Abbiamo costruito un sistema che ci chiede continuamente di dimostrare ciò che sappiamo fare, ma molto meno spesso ci chiede chi siamo diventati mentre imparavamo a farlo.
Ci sono esperienze che non fanno curriculum:
Perdere qualcosa o qualcuno,
Essere delusi,
Cambiare strada per motivi di salute o incompatibilità,
Ricadere,
Chiedere aiuto,
Imparare a dire no,
Scoprire di avere dei limiti e non è una situazione da poco.
Accettare che il proprio percorso sia diverso da quello degli altri spesso è molto difficile.
Ricominciarsi a fidare.
Prendersi cura di qualcuno.
Prendersi finalmente cura di se stessi.
Tutte queste esperienze lasciano competenze.
Solo che non hanno un certificato o un voto.
Non hanno una data di inizio e una data di fine.
E spesso non ci accorgiamo nemmeno di averle acquisite.
La società ama le linee dritte e ti dice:
Studia!
Trova un lavoro!
Fai carriera!
Compra casa!
Costruisci una famiglia!
Paga le tasse!
Migliora!
Produci!
Cresci!
Possibilmente senza fermarti!
Ma la vita reale raramente procede in linea retta.
Ci sono deviazioni ma anche delle porte chiuse.
Periodi in cui non sappiamo cosa fare e sogni che cambiano.
Persone che se ne vanno.
Nuovi inizi che arrivano quando pensavamo di avere già deciso tutto.
E soprattutto ci sono momenti in cui apparentemente non stiamo facendo niente e invece stiamo sopravvivendo.
Stiamo elaborando, imparando e capendo.
Stiamo raccogliendo abbastanza forza per fare il passo successivo e riprendere a volare in autonomia o con gli aiuti giusti come la famiglia.
Solo che, guardando un curriculum, quei periodi sembrerebbero vuoti.
Guardando una persona, forse, decisamente non lo sono affatto.
E se smettessimo di chiamarli “buchi”?
Forse dovremmo smettere di chiamare “buchi” alcuni periodi della nostra vita.
Un buco lavorativo.
Un buco nel percorso di studi.
Un periodo improduttivo.
Un fallimento.
Un ritardo.
Come se la nostra vita fosse un foglio che deve essere compilato senza lasciare spazi bianchi.
Ma gli spazi bianchi non sono necessariamente vuoti. A volte sono proprio quelli che ci permettono di capire cosa vogliamo scrivere dopo.
C'è chi arriva tardi ma chi può dire quando significa “tardi”?
E questa è forse una delle cose che vorrei ricordare più spesso.
Non tutti arrivano nello stesso momento.
C'è chi trova la propria strada a vent'anni. Chi la trova a trenta. Chi a quarant’anni. Chi la cambia a cinquanta.
E c'è anche chi passa molto tempo semplicemente cercando di capire quale strada sia davvero sua.
Non significa essere rimasti indietro.
Significa avere una storia diversa.
Abbiamo trasformato il tempo in una gara senza aver mai stabilito il traguardo.
E così guardiamo gli altri e pensiamo:
“Lui è più avanti.”
“Lei ha già fatto tutto.”
“Io sono indietro.”
Ma indietro rispetto a cosa?
E soprattutto: rispetto alla vita di chi?
Se la vita avesse un curriculum diverso
Immaginiamo per un momento che esista un secondo curriculum.
Uno che nessun selezionatore leggerà mai.
Potrebbe iniziare così:
Nome: una persona che ci ha provato.
Esperienza: numerose ripartenze.
Capacità: chiedere aiuto quando necessario.
Problem solving: trovare una soluzione anche quando quella prevista non funzionava.
Resilienza: non specificata, perché impossibile da misurare.
Creatività: sviluppata nei momenti in cui mancavano le risorse.
Gestione delle difficoltà: esperienza pluriennale.
Collaborazione: imparata prendendosi cura degli altri.
Leadership: imparata soprattutto nei momenti in cui nessuno sapeva cosa fare.
Formazione continua: attraverso gli errori.
Obiettivo professionale: ancora in costruzione.
Disponibilità: a ricominciare.
Forse sarebbe un curriculum molto più difficile da compilare.
Ma anche molto più vero.
Non siamo quello che manca
A volte guardiamo la nostra vita attraverso ciò che non abbiamo.
Non ho quel lavoro.
Non ho quella laurea.
Non ho quella sicurezza economica.
Non ho quella casa.
Non ho raggiunto quell'obiettivo.
Non sono dove pensavo sarei stata.
E lentamente trasformiamo le mancanze in una definizione di noi stessi.
Ma una persona non è la somma delle cose che non ha ottenuto.
È anche tutto ciò che ha imparato lungo il percorso.
Tutto ciò che ha costruito.
Tutto ciò che ha perso e ha dovuto ricostruire.
Tutto ciò che ancora non sa fare.
E persino tutto ciò che deve ancora diventare.
Forse dovremmo riscrivere la domanda
La prossima volta che qualcuno ci chiede:
“Che cosa hai fatto nella vita?”
potremmo provare a non rispondere soltanto con un elenco.
Potremmo chiederci realmente:
“Che cosa mi ha insegnato la vita?”
La risposta potrebbe sorprenderci.
Perché magari scopriremmo di sapere cose che nessun corso ci ha insegnato.
Di avere superato situazioni che nessun colloquio ci avrebbe mai chiesto di raccontare.
Di possedere capacità che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiamare competenze.
E magari scopriremmo anche una cosa ancora più importante:
non siamo in ritardo. Siamo semplicemente dentro una storia che non è ancora finita e una storia non si giudica dal numero di pagine che ha già scritto.
Si giudica anche da quelle che deve ancora scrivere.
Perché la vita, per fortuna, non ha una sezione “fine curriculum”.
Aggiungi commento
Commenti